La Corte di Cassazione si è nuovamente espressa sul rapporto fra jeans e violenza sessuale affermando il principio che i jeans non sono una cintura di castità. L’indumento non costituisce una sorta di ‘protezione’ dalla violenza sessuale e, quindi, l’indossarli non implica la consensualità delle parti.
Mi sembra un punto importante dopo la scandalosa Sentenza dei jeans del 1999, in cui la stessa corte affermò, invece, sostanzialmente il principio che i jeans non potevano essere sfilati senza la collaborazione di chi l’indossa. Implicando, quindi, la consensualità delle parti.
La nuova sentenza ha quindi rimesso le cose a posto, eliminando una scappatoia che, al giorno d’oggi, è del tutto priva di logica.
Ma in passato neanche poi così lontano, alcuni indumenti hanno realmente assolto ad una funzione, per così dire, di dissuasione. Con al primo posto guaine e busti di vario tipo che ogni donna occidentale ha indossato sino alla fine degli anni settanta, quando il vento del femminismo e la tecnologia dei materiali ha rivoluzionato totalmente la strutturazione dell’intimo da donna.
Tracce se ne trovano nella memoria delle madri e delle nonne. O su internet. O nei film, come Quell’oscuro oggetto del desiderio, tutto incentrato su un rapporto impossibile, ben simboleggiato nella locandina, in cui una splendida Carole Bouquet per sfuggire a Fernando Rey indossa una inestricabile guaina.
In altre nazioni si ricorre ancora oggi ad analoghi sistemi di dissuasione. Come in oriente: alle massaggiatrici indonesiane hanno messo il lucchetto ai pantaloni per evitare problemi.
Non è che alcune proposte della moda riportino la mente verso quella direzione?