Irrealtà virtuale
L’altra sera è ripassato su sky ’Matrix’, il film dei fratelli Wachowski.
Credo che tutti conoscano, almeno a grandi linee, la trama del film. Nell’opera si parte dal presupposto che il mondo conosciuto non è reale, ma è invece una costruzione virtuale delle macchine, costruite dall’uomo e ribellatesi al creatore, che tengono in scacco l’umanità intera per usarla come fonte energetica.
A suo tempo il film mi piacque molto. Per tanti motivi. Il film non era proprio originalissimo. La contrapposizione fra il genere umano e le ’macchine’ è la base di Terminator. L’idea che la nostra realtà sia una illusione artificiale è già presente in Nirvana. La ricerca della verità attraverso il viaggio della pillola rossa riprendono il pensiero di Platone. Qui e là ci sono citazioni dei racconti di Philip Dick. E via di questo passo fino allo scontato parallelo del bacio di Trinity che resuscita Neo con quello del Principe Azzurro di Biancaneve, in sembianze, questa volta, di una valchiria in pelle nera. Ma sapete che ho un debole per il bacio e quella scena a me piace tantissimo.
I fratelli Wachowski, però, sono riusciti ad effettuare una accurata miscelazione di questi concetti. E, dopo averla condita con un’abbondante razione di kung-fu, di effetti speciali innovativi, hanno messo assieme un’opera godibile - nonostante io non sopporti i film di arti marziali - e che rimarrà nella storia della cinematografia. Casualmente lo stesso anno, il 1999, uscì anche un altro film che aveva come tema quello della irrealtà delle realtà: ‘Il tredicesimo piano’.
Rivedere oggi ‘Matrix’ mi ha innescato una riflessione su come il progresso tecnologico stia continuamente e sottilmente modificando il nostro concetto di realtà. In definitiva ne parlavo indirettamente anche in ‘La forza delle immagini‘. La nostra società per più di un secolo ha considerato l’immagine, sia quella fissa delle foto che quella in movimento delle riprese, come una rappresentazione fedele della realtà.
Già ai tempi dei Lumiere si racconta che ”L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” facesse scappare gli spettatori che temevano di essere investiti dalla locomotiva. Le foto e la cinematografia, specie se di taglio giornalistico, hanno dato all’immagine una forza incredibile. Un esempio, per me molto significativo: Death of a Loyalist Soldier di Robert Capa.
Ma la sicurezza che l’immagine sia una forma di sicura cristallizazione della realtà è andata via via vacillando nel tempo. Immagini ritenute vere si sono dimostrate delle ‘false testimonianze’, come per un’altra delle immagini iconiche classiche: Raising the Flag on Iwo Jima di Joe Rosenthal.
Il successivo progresso della tecnologia e l’avvento del digitale ha inferto il colpo di grazia. Ricordo la meraviglia con cui ho osservato della naturalezza delle scene in cui Tom Hanks/Forrest Gump incontrava Richard Nixon o J.F.Kennedy nel film di Bob Zemeckis. E la mia sorpresa non era è per la qualità dell’effetto speciale. Ma per l’evidente alterazione della realtà. I miei occhi mi dicevano che quella sequenza non era artificiale, mentre il mio cervello sapeva che si trattava di una mera illusione.
Già da tempo si parla di film interamente realizzati da attori digitali. Mondi sintetici ce ne sono in giro più di uno. Manca solo qualche anello ed il gioco è fatto. A quando la connessione diretta con la mente di ‘Matrix’ o di ‘Atto di forza’?
L’irrealtà virtuale bussa alle nostre porte. Ed io mi rifugio in un buon libro.
Venerdì, 16 Maggio 2008 a 10:52
Idem.
So.