Mea culpa

Apro una parentesi (

Mi sono ripromessa di non parlare di politica su questo blog. Questo sia perchè l’argomento è già ampiamente trattato da tanti altri siti, sicuramente meglio attrezzati del mio. Sia perchè tutta la materia mi aveva talmente stufata da esserne quasi nauseata.

Ma probabilmente non è un caso che il primo post di questo blog ha dei risvolti che interessano la sfera politica. Non mi piace la maniera con cui viene gestita la cosa pubblica in Italia, dato che – indipendentemente dallo schieramento al potere – la solfa è sempre la stessa. E non credo proprio di essere la sola ad avere questa opinione.  Il post si chiama ‘Troppo Rosa’ e lo trovate qui.

Ora si conosce in dettaglio la composizione dei nostri rappresentanti. La scorsa settimana, il 29 aprile, si è riunito per la prima volta il parlamento della XVI Legislatura. La percentuale di rappresentanza femminile oscilla fra il 9,2% (Senato, centrodestra) ed il 30,5% (Senato, centrosinistra). Ma con qualche eccezione significativa: l’MpA con otto maschi su otto seggi (0%) e l’UDC con 2 donne su 36 seggi (5.5%). Una ulteriore dimostrazione del fatto che le dichiarazioni preelettorali (era stato sbandierato il 50% di donne in lista per il PD,  il 30% per il PDL) erano solo specchietti per le allodole.

Infatti con l’attuale legge elettorale attuale, il famigerato porcellum, e con le liste chiuse, gli eletti sono totalmente predeterminati dai partiti. Quindi la distribuzione degli eletti non è casuale, ma decisa a tavolino. Ci è stata sottratta anche quell’ultima facoltà che avevamo, quella di decidere chi ritenessimo più degno di rappresentarci in parlamento.

Qualcuno mi dirà che dal vecchio metodo delle preferenze non è cambiato molto. Anzi, che una lista ‘bloccata’ bene equilibrata potrebbe consentire anche ad un outsider di essere eletto senza essere schiacciato dai volponi della politica.

Può essere vero. Ma a me, quisque de populo, la cosa mi fa sentire accomunata agli elettori della cortina di ferro ai tempi della guerra fredda. E se fino al 14 aprile tutti (o quasi) concordavano sulla inadeguatezza della legge 270/2005 e sulla necessità di sostituirla con norme più adeguate, ora – visti i risultati – le opinioni sono diventate molto più sfumate.
Una motivazione in più, quindi, per mettere una croce sulla parola politica e dedicarsi ad altro?

No.

Credo sia arrivato per me il momento di cambiare atteggiamento e fare un prodondo e sentito mea culpa. Se la politica si è allontanata dalla società reale, se noi donne non siamo adeguatamente rappresentate in parlamento, se … (aggiungete i vostri se, sono tanti) è anche colpa di chi, come me, ha silenziosamente avallato questo comportamento. Di chi si, sempre come me, ha delegato agli altri senza fare sentire la propria voce, senza fare valere le proprie idee nei luoghi appropriati.

Credo sia il momento di tornare a riempire gli spazi della rappresentanza. Di lavorare un po’ meno per interesse diretto e un po’ più per il bene comune. Di fare sentire la mia voce. E di credere nella Res Publica, che è casa nostra e non uno spazio in affitto.

) Chiusa Parentesi

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